#metoo: Asia Argento, showbiz e giustizialismo.

Il fenomeno #metoo è l’occasione per riflettere su fondamentali garanzie proprie del processo penale sacrificate dallo showbiz a favore degli ascolti.

L’onda lunga di #metoo non trova fine, soprattutto ora che esiste un “caso Asia Argento“.

Non è mai stata questione di “verità dei fatti“: all’opinione pubblica, incantata tra il reality e la serie TV, interessa solo cosa capiterà nella nuova stagione!

Quando il potente Weinstein venne accusato di molestie sessuali il sentire comune si divise subito tra i “pro” e i “contro” il noto produttore.

Nel mentre i “Weinstein” aumentavano.

I telegiornali raccontavano di nuovi casi di molestia in capo a questo o quello: tutti uomini, tutti potenti, tutti di spettacolo.

#metoo: nasceva come movimento transnazionale a tutela della dignità della donna famosa e molestata.

La storia assumeva tinte surreali: le Star erano state vittima di molestia sessuale quale prezzo necessario da pagare a qualcuno per diventare famose.

Fuori dal coro taluni, contro #metoo, sostenevano che le pretese molestate denunciassero il “marcio” tardivamente. Non erano vittime ma scaltre opportuniste.

Poi il colpo di scena: Asia Argento, vittima e fondatrice di #metoo, viene accusata di molestie da un uomo!

Quando ero minorenne Asia Argento mi ha violentato”  dice un tal Bennet.

Pare, infatti, che Asia Argento paghi il giovane attore “per comprare il suo silenzio“(NYT).

Come in un processo penale abbiamo 1) un reato 2) degli imputati 3) delle accuse incrociate 4) delle vittime.

Ma ecco la novità: Accusa, Difesa e Giudice coincidono nel “pubblico”!

E, prima ancora che si capisca cosa stia accadendo, prima delle difese dell’interessata, arriva la condanna.

Asia Argento non potrà più essere giudice di X-Factor! WOW!

Provando a tirare le somme: il nostro ordinamento, la nostra Costituzione prevedono per gli imputati delle garanzie che il caso #metoo ha certamente violato.

Principi sacri, frutto di tradizione millenaria, sono sacrificati e traditi nel mercato degli ascolti, andando ben oltre alla “gogna mediatica“.

Tra gli altri: il principio della presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, la garanzia di un processo “fair”, la garanzia di una accusa chiara e comprensibile da cui difendersi, il diritto alla riservatezza.

Ciò che mi colpisce più di tutto, però, non è nemmeno questo.

Non è l’ennesima conferma di come “la giustizia popolare” condanni o assolva non già in forza delle prove raccolte in un ipotetico “processo mediatico” ma sull’onda dell’emotività.

E’, infatti, indubbio che celebrare i processi sui giornali, o a “Porta a Porta”, fa sempre male alla verità!

L’attenzione mediatica turba la serenità di qualsiasi giudice introducendo peraltro elementi di conoscenza estranei al processo che possono vanificarne l’esito.

Mi colpisce il corollario per cui è invertito l’onere della prova: dallo “sputtanamento” devi venire fuori da solo, se ci riesci!

Non è l’accusa a dover provare che sei colpevole ma tu, imputato, a dover dimostrare che non lo sei: l’inquisizione faceva così con le streghe!

Concludo con una domanda: se foste voi gli imputati (voi che oggi siete l'”opinione pubblica” e quindi Giudice, Accusa e Difesa) accettereste di essere giudicati così?

Perché questo è il punto: tutti, in un processo senza garanzie che cerca lo scheletro nell’armadio altrui, prima o poi penderemo da una forca!

Avv. Massimo DAVI