Tutto fa “pena”! Ovvero, Governo che vai…

La politica risolve i problemi del nostro tempo aumentando i reati, o la pena per quelli esistenti.  Esiste il rischio di un “cortocircuito” del sistema?

Evocare la pena, il carcere, le manette è la tentazione prima in cui si imbatte qualsiasi governo che, dovendo perseguire  il “cambiamento“, non sappia poi davvero da che parte incominciare.

Tale atteggiamento conferma l’esigenza “di chi comanda” di avere un “nemico” (anche solo immaginario) sempre a portata di mano per guadagnare consenso e voti.

É, in fondo, la regola della “favola“: un protagonista buono, un antagonista cattivo, l’intento ultimo del “narratore”:  “fare la morale“.

Eppure, quando si evoca la pena come strumento di politica sociale si entra nell’ambito delle cose serie (lasciando quello delle favolette), sebbene il più delle volte tale riferimento sia fatto a sproposito.

É di questi giorni l’ennesima declamazione di principio da parte della politica che, per un fine puramente elettorale, richiama di nuovo “pene” ed “etica”.

Parlando di “reddito di cittadinanza” il vice-premier di turno annuncia che chi lo spenderà in modo “eticamente” scorretto sarà punito con il carcere fino a 6 anni. https://www.huffingtonpost.it/2018/10/04/luigi-di-maio-fino-a-6-anni-di-carcere-per-i-furbetti-del-reddito-di-cittadinanza_a_23550961/

WOW!

La mia idea è che quando si parla di pena, o si cita il diritto penale un po’ vanvera, il “narratore”  rischi di tradire l’equilibrio  doveroso, e cristallizzato nella nostra Costituzione, per cui esiste un rapporto di proporzione tra la tutela dei valori fondanti la convivenza sociale e gli strumenti per tutelarli: solo per i più rilevanti deve essere prevista la sanzione penale in caso di aggressione.

Non è una novità, almeno per i tecnici, come il pendolo tra la richiesta di un diritto penale “minimo” e un diritto penale “massimo” sia oggi di qui, oggi di là.

L’impostazione del Governo, oltre tradire debolezza ed impreparazione,  in conclusione conferma le usuali contraddizioni rispetto a quella che è, o dovrebbe essere, l’interpretazione “autentica” in tema di “pena”: l’art. 27, comma III, Cost.

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”

Alcuni spunti di riflessione:

  1. In tema di valori: il richiamo “etico” è legittimo o no?
  2. La maggioranza di turno può imporre la propria “etica” alla minoranza?
  3. Quale è il confine tra la libertà dei singoli e la restrizione di essa da parte dello Stato in forza di giudizi etici? Il gioco d’azzardo no, la prostituzione sì…
  4. In tema di “proporzionalità”: perché 6 anni? Tale pena è più grave di molte pene per reati più odiosi.
  5. In tema di rieducazione: la minaccia avanzata della sanzione per come prevista pare solo retributiva, avulsa da qualsiasi intento di rieducazione.
  6. Sempre in tema di rieducazione: il richiamo etico impone anche di dire, nel caso, secondo quali valori essa avverrebbe?

Credo che la previsione di sanzione per come qui raccontata non troverà mai applicazione: è una mera declamazione elettorale.

Lo stesso sistema giudiziario interverrebbe per porre riparo contro una previsione a-sistemica e inutile, di impossibile applicazione..

I Giudici, che son tecnici ed hanno cose ben più importanti da fare, nel caso di specie conterrebbero le pene nei minimi (…altro che sei anni!).

Gli uffici giudiziari, invece, già oberati lo sarebbero ancora di più dovendo gestire flussi di notizie di reato potenzialmente assai elevati.

Vedremo che succederà, in ogni caso attenti affinché la laicità dello Stato non sia compressa verso la religione del mero consenso.

Avv. Massimo DAVI